Ippocrate sosteneva:

Qual è la cosa più importante in medicina?

Non è tanto sapere che malattia ha quel paziente,

ma chi è quel paziente che ha quella malattia.”

 

Ecco a cosa penso tutte le volte che incontro una persona che chiede il mio supporto come medico, e mi chiedo chi sia, quale sia il suo bisogno di salute, quali siano i suoi affetti e come li vive, quali siano le sue paure, le sue fragilità, cosa si aspetti da me, cosa pensa del suo problema e quali energie abbia per fronteggiarlo.

Mi sforzo sempre di cercare quella luce di empatia, che mi permette di comprendere chi posso essere io per i miei assistiti, di trovare quell’ingranaggio perfetto di fiducia e affido, per ispirare quel processo interiore dinamico e positivo, utile e indispensabile ad affrontare i momenti difficili della sofferenza.

E il più delle volte mi sento trasformata io da questo rapporto, sempre nuovo, sempre diverso, ma sempre foriero di ricchezza umana da condividere, che rafforza instancabilmente la mia voglia di “saper essere e di saper fare”.
Una grande responsabilità è resa evidente da una recente ricerca di Sanjay Basu della Stanford University della California:
Il medico di famiglia rende longevi: più ce ne sono sul territorio più aumenta l’aspettativa di vita”.
Lo studio osservazionale rivela sulla rivista Jama Internal Medicine, che a 10 medici di medicina generale (MMG) in più per 100mila individui si associa una aspettativa di vita di 51 giorni maggiore.